ROCCALUMERA: L’ANTICA FILANDA  A VAPORE PAPANDREA

Ci fu un tempo che la nostra riviera ionica era rinomata per la produzione di seta, ma dopo l’unità d’Italia, con l’avvento della coltivazione del limone,la produzione di seta andò man mano scemando, finchè negli anni 1930-40 cessò completamente di esistere. Oggi si è persa, in massima parte,la memoria storica di come si produceva la seta e come si allevava il baco. Esistevano nella nostra zona filande molto rinomate e smerciavano i loro prodotti anche all’estero. C’erano filande a Limina, a Savoca,a Fiumedinisi e in tutta la nostra zona; una particolarmente attiva, nella zona di S.Teresa di Riva, era sita nel vallone Gallo (jaddu) sotto Misserio, ma niente è rimasto di quanto si produceva, solo un labile ricordo. A Roccalumera ancora oggi esiste una filanda, realizzata ai primi del ‘900 da don Giuseppe Papandrea, a ridosso del proprio fabbricato, ed è questo l’unico manufatto edilizio, adibito alla produzione della seta, rimasto in tutta la Sicilia. Alla filanda si accede sia dalla via Marina che dalla via Nazionale, essa misura circa 400 mq. ed è a due piani con copertura a tetto. Ancora oggi è ben visibile la caratteristica ciminiera in mattoni. Il piano terra, con i caratteristici archi a tutto sesto in mattoni, era adibito a deposito, mentre il piano primo, era destinato alla lavorazione vera e propria della seta, è caratterizzato da continue e ampie finestre che da due lati si affacciano su un balconcino. La copertura, come dicevamo, è a tetto, ed è in legno con capriate su cui poggiano le tegole in coppo siciliano, che in ampie zone mancano e le continue infiltrazioni di acqua piovana hanno creato dei seri danni alla struttura portante. Un movimento franoso nord-sud ha creato numerose crepe nei muri portanti presenti sia a piano terra che a piano primo.

La filanda,che era a 32 bacinelle,costituiva 16 posti di lavoro  ed ogni  posto era formato da due bacinelle in rame di forma circolare, riscaldate a vapore, e rimase attiva fino al 1935. Vi lavoravano complessivamente circa 90 operai. Nel 1944 venne rimessa in funzione, per circa otto mesi, dall’esercito inglese che vi producevano la seta grezza per i loro paracaduti;in tale occasione venne ridotta di altezza la ciminiera. Purtroppo niente è rimasto degli originali macchinari che servivano per la produzione della seta. A piano primo vi sono ancora le “pannarole”strutture in legno che servivano a stendere, su dei “cannizzi” fatte di canne e vimini, i  bozzoli ad asciugare, dopo avere subito la “macerazione”, processo che serviva ad ammorbidire i bozzoli, che venivano immersi appunto nelle 32 bacinelle di cui dicevano prima. Il secondo processo di lavorazione era la “scopinatura” – ovvero la spazzolatura dei bozzoli per estrarne i capifila dalle bave, posti all’esterno,dopodichè avveniva la” trattura” cioè unire e saldare i vari fili di seta per farne uno solo,a questo punto il lungo filato ottenuto veniva raccolto con l’aspo.La seta grezza ottenuta era così pronta per essere tessuta al telaio. L’unico attrezzo rimasto è un caratteristico bilico(bilancia) con cui si pesava la seta prodotta. Un antico proverbio tipico della nostra zona diceva: ” P’a Nunziata ‘u vermu ntà frazzata  ” cioè per il 24 marzo,giorno della SS Madre Annunziata, le uova del baco venivano trasportate e messe sotto una pesante coperta al calduccio, chiamata appunto – frazzata -. Molte donne  preferivano covare le uova nel proprio reggiseno per assicurare ad essi una fonte di calore costante e sicura, anziché la frazzata. Verso la fine di aprile le uova si schiudevano e fuoriuscivano i bachi.

Durante lo sgombero della filanda, per la consegna dell’immobile all’impresa esecutrice dei lavori, molte riviste degli anni 20-30 sono state, purtroppo, bruciate e solo poche cose si sono salvati dal fuoco. Il sindaco avv. Gianni Miasi  e l’esperta alla cultura del Comune di Roccalumera, la prof.ssa Nina Foti lanciano un appello a quanti hanno attrezzi, documenti e quant’altro attinenti alla lavorazione della seta, per esporli nella filanda una volta ultimo il restauro.  Naturalmente si spera che la famiglia Papandrea metta a disposizione gli eventuali documenti in loro possesso che possono servire a ricostruire la storia della filanda ed anche lavori eseguiti con la seta prodotta dalla loro filanda. Nel 1993 la filanda a vapore di Roccalumera venne vincolata ,come bene etno-antropologico dalla Soprintendenza ai BB CC AA di Messina con decreto n° 6969 e grazie al finanziamento, di € 1.850.000/00 ottenuto dal  P.I.T. 13 , di cui è project manager l’ing. Carmelo Trimarchi, oggi sono in  corso i lavori, eseguiti dalla impresa OPERES s.r.l. di Santa Venerina (CT), per il recupero architettonico e funzionale. L’intervento prevede altresì il restauro ed il consolidamento statico della ciminiera, quest’ultima, per non potendo svolgere alcuna funzione pratica, grazie al suo ergersi svettante, assume valori e significati altamente simbolici. A lavori ultimati, il piano terra sarà adibito ad esposizioni temporanee e una parte come “museo di se stessa”con un piccolo presidio multimediale. A piano primo è prevista una sala convegni di circa 300 mq.,il cui spazio sarà reso flessibile grazie all’utilizzo di un sistema di pannelli mobili. A lavori ultimati , tra circa un anno, la nostra riviera si ritroverà una struttura unica nel suo genere che darà onore e vanto a Roccalumera e non solo.