NINO E IL PADRE SANTO

novella di Turi Vasile tratta dal romanzo "MALE NON FARE"

 

dedicato a Nino Ucchino

Nino era così precoce e così intelligente che fu assegnato al­le scuole differenziali. In prima elementare gli era stato dato come compito a casa una pagina di aste. Nino, il quale da gran­de sarebbe diventato disegnatore oltre che pittore e scultore di vaglia, ne fece ben tre pagine. Le aste erano perfettamen­te dritte, perciò il maestro si rifiutò di credere che fossero sta­te eseguite a mano libera e segnò uno zero tagliato. Nino non si degnò di protestare, uscì dall'aula e non vi tornò più.

Lo trasferirono perciò alla succursale per ritardati. Il bambino gradì il cambio perché la nuova scuola era fuori del paese, in campagna. Amava l'aria libera, la caccia con la fion­da, la pesca nel torrente, la cattura delle lucertole col cappio d'erba. Ogni giorno che non pioveva si attardava tanto nei campi che, con sua rinnovata gioia, il direttore non lo am­metteva in classe, restituendolo ai suoi giochi preferiti.

Un giorno però mutò abitudine. Si accorse che, sempre al­la stessa ora, un gregge di capre passava per il sentiero che portava al pascolo e alla sua scuola. Lui attendeva sul mu­retto e quando il caprone gli passava a tiro, con un salto gli montava in groppa. Le prime volte la bestia tentò di disar­cionarlo; non ci riuscì; ma sbattendolo contro la siepe di fi­chidindia gli procurava vistose escoriazioni alla gamba destra. Nino non ne piangeva; ne faceva anzi stoica mostra ai com­pagni che lo vedevano arrivare sanguinante ma saldo sul vello lanoso. In breve il becco sembrò gradire di essere cavalcato come un nobile destriero e di offrire le ricurve corna come un manubrio. Sortendo dal declivio cercava il suo cavaliere con lo sguardo e quando non lo vedeva se ne rammaricava.

Nacque così in Nino l'attrazione per le capre e per il loro latte, soprattutto perché doveva procurarselo avventurosa­mente. Cominciò col farsi amici i cani dell'ovile, gli offriva os­si e avanzi della cena che qualche volta si toglieva di bocca e ne riceveva in cambio scodinzolamenti e leccate. Poteva quindi sdraiarsi indisturbato sotto la pancia di una capra, con una mano la teneva ferma, con l'altra mungeva le mammelle turgide e centrava nella propria bocca spalancata fiotti di lat­te. Se la capra si dimostrava particolarmente ribelle le im­brigliava le zampe con una corda, per impedirle di scalciare.

Nino crebbe libero e selvaggio, poco restando al chiuso. La madre era troppo affaccendata per badargli; il padre era lon­tano, in Africa, dove faceva il colono; le sorelle erano trop­po piccole per fargli compagnia; e col fratello, minore di un anno, sapeva solo litigare. Si affrontavano a testa bassa co­me torelli, si avvinghiavano con furia e rotolavano scalpitanti per terra. La madre stentava a dividerli e preferiva saperli se­parati: Felice a casa col libro in mano perché studioso; e Ni­no all'aria aperta, a smorzare i bollenti spiriti.

Disertò il ginnasio per scorrazzare come un puledro della prateria. Si espose a pericoli, rischiando fucilate magari a sal­ve per rubare, secondo le stagioni, minnulicchia (le mandorle ancora tenere da mangiarsi con tutto il mallo), i gelsi bianchi e rossi, i millicucchi (le bagole da farne proiettili per le cerbottane di canna), l'uva cìtrìgna fitta e soda prima che la ven­demmia spogliasse i filari, e ogni frutta novella spesso ancora acerba. Immagazzinava nozioni più che se fosse a scuola; e lo scoprì quando, mettendosi a studiare forsennatamente per recuperare il tempo che credeva perduto, ricevette conferma di cose che sapeva senza conoscere.

Nella bella stagione si dedicava soprattutto al mare che lo attraeva dal giorno in cui aveva letto l'unico libro della sua adolescenza: Il vecchio e il mare di Hemingway. Aveva fatto amicizia con un pescatore, Don Giovanni, che nella figura e nella faccia incartapecorita gli ricordava l'eroe del romanzo. Lo metteva seduto a poppa, spingeva la barca a mare fa­cendola scivolare sulle palanche lubrificate col grasso e saltava a bordo mettendosi subito ai remi. Il vecchio calava le reti e lui le salpava.

Insieme si dedicavano ad altri tipi di pesca, col conzu dai molti ami insidiavano merluzzi e spigole e con la traina palamiti e aricciole. Un giorno ferrò un tonnetto fuori misura che diede il via a una lotta ostinata e feroce. Per stancare la preda Nino mollava il filo e poi lo tirava su con le mani san­guinanti. Il vecchio lo teneva con tutta la sua disperazione abbracciato a sé per non farlo cadere in acqua. Il ragazzo si sentiva impari a fronteggiare quella forza che tendeva a trascinarlo negli abissi; ma il ricordo delle epiche gesta let­terarie moltiplicava incredibilmente le sue energie. In uno dei tentativi di trarlo a sé, lo vide, gli parve enorme, impossibile da catturare. Legò il capo della traina a uno scalmo, e quan­do ebbe finalmente la fera sotto bordo, prese un arpione e si mise a torturare quel grande corpo lacerandogli le carni. Le acque intorno alla barca traballante si arrossarono di sangue e lo eccitarono al massimo. Tentò ancora di issare il pesce a bordo; ma questo gli sfuggì e guadagnò cima vertiginosamente segandogli le mani fino all'osso. Poi di colpo la presa si alleggerì. Nino credette di averlo perduto e raccolse in fret­ta il filo. Quel che insieme col vecchio vide lo fece urlare di rabbia. All'amo era attaccata solamente la testa del tonno. Il corpo si era inspiegabilmente perduto nel mare che stava facendosi grosso. Il vecchio si mise a piangere e Nino con una coltellata recise la cima perché le onde si riprendessero anche l'inutile testa. Poi balzò ai remi e l'impegno che mise nel dominare la collera dei cavalloni non gli permise di sfogare la propria.

E con l'estate giunse il tempo dell'amore. Fanciulle ve­nivano dal Nord attratte dal mito del sole e Nino si incantava a guardarle come creature irraggiungibili. Una notte una comitiva di giovani festeggiò il plenilunio con un bagno collettivo. Accovacciato sotto una barca capovolta lui li vi­de scherzare e ridere, sollevando schizzi che controluce sembravano scintille d'argento. Una ragazza dovette accor­gersi dei suoi sguardi indiscreti perché scivolò sotto la barca tra i mattoni che la tenevano sollevata da terra. Nino avreb­be voluto fuggire, ma si accorse che lei era nuda e restò in­chiodato dalla meraviglia. La ragazza gli prese la faccia tra le mani e lo baciò intensamente sulla bocca, trasmettendogli il sapore del mare. E scomparve. A Nino rimase il dubbio che quel suo primo bacio fosse realmente accaduto e nei giorni che seguirono si aggirò in spiaggia alla ricerca della creatura lunare. Nessuna gli parve lei e tutte le parevano lei. Alla fine la sua scelta cadde su una ragazza che non disdegnò di incrociare il suo sguardo sognante. Così il suo primo amore si consumò con gli occhi, dandogli una felicità che forse non trovò più così dolce nei successivi incontri con le donne. Fatto ardito da quella notte di luna piena, lui tentò, dopo un finto corteggiamento, di baciarla. Con sorpresa lei gli sfuggì ri­dendo e il giorno dopo si congedò da lui consegnandogli fur­tivamente un biglietto con il suo indirizzo di Stoccolma poiché era, com'è tradizione, svedese.

Partita lei il mondo per Nino divenne deserto. Si rifugiava sotto la barca capovolta e sognava. Alla fine dell'estate, quando davvero la spiaggia si spopolò, pensò di scriverle. Ma si vergognava, parendogli la sua scrittura rozza e rivelatrice della sua ignoranza. Per di più gli era intollerabile che lei, non conoscendo l'italiano, dovesse chiedere l'aiuto di un in­terprete, intruso in un rapporto così intimo.

Pensò alla fine di esprimersi a disegni per rievocare quel bagno a mezzanotte, il bacio sotto la barca capovolta e la fu­ga di lei. Concluse le illustrazioni con primi piani di occhi in cui mise tutta la maestria della sua mano e tutta l'ispirazio­ne del suo animo. Compilò a stampatello, sulla busta l'indirizzo della fanciulla, e sul retro il proprio. Non ebbe ri­sposta alcuna; ogni giorno aspettava per strada il postino che immancabilmente gli faceva no con la testa. Quando tornò l'estate sperò di rivederla; ma invano passò intere giornate al­la sua ricerca. Si domandò, prima di rassegnarsi, se tutto fos­se stato un sogno d'estate procurato dalla luna e favorito dal sole.

Un giorno il postino gli diede, trionfante, una lettera. Era di suo padre che annunciava il prossimo ritorno a casa dopo tanti anni. Nino accettò lo scambio, poiché nutriva per il pa­dre un amore profondo. Sebbene avesse approfittato della sua assenza per sfogare a pieno l'innato desiderio di li­bertà, aveva inconsciamente rimpianto la mancanza di freno e protezione.

Suo padre inoltre era diventato un mito per corrispon­denza. Scriveva di rado, ma volumi interi, cosicché ogni sua lettera pareva un pacco. Lunghi racconti illustravano pae­saggi, usi e costumi africani che trovavano conferma nelle nu­merose fotografie. Nino si incantava a guardare quei volti e quei corpi, quegli occhi la cui cornea spiccava sul nero della pelle facendoli grandi e luminosi; ammirava le nudità delle giovani donne con la loro stessa naturale innocenza; si in­gegnava a riprodurre a penna le immagini che più lo colpi­vano. Il massimo del suo interesse era attratto dagli strego­ni; uno soprattutto esercitava su di lui un irresistibile fasci­no avendogli suo padre scritto che da quello aveva imparato a mettersi in contatto con l'aldilà.

Quando Don Santo, come si chiamava, tornò al paese, gli si affollarono intorno vecchi e giovani, uomini e donne, per chiedergli guarigioni e profezie. Il figlio aveva infatti pre­so spunto dalle lettere scritte in gran parte con la fantasia al fine di interessare e stupire i famigliari lontani, per sparge­re ai quattro venti la notizia delle virtù paterne, aggiun­gendovi parecchio del suo.

Don Santo fu messo così nell'alternativa di smentire tutto o di stare al gioco. La delusione che avrebbe procurato sbugiardando il figlio non gli piaceva; mentre dal ruolo richiesto avrebbe potuto trarre prestigio e spasso. Aveva del resto la faccia da sciamano, cotta dal sole africano, capelli crespi pepe e sale e figura ieratica. Accettò, quindi, dopo giorni di meditazione passati in disparte, di accreditare le vo­ci sparse dalla parlantina del figlio a cui aveva donato in ere­dità genetica immaginazione e stravaganza.

Si impose però la regola di essere prudente per non nuo­cere e di rifiutare ogni compenso. Assicurò pertanto che ogni beneficio dovuto al suo intervento sarebbe stato reso inuti­le, addirittura dannoso, se pagato in denaro o in natura. I paesani accettarono il patto volentieri, anche perché veniva così favorita la loro spilorceria. Quanto ai malanni si pro­poneva di preparare miscugli di erbe del tutto innocui con la speranza che risultando inefficaci avrebbero a poco poco spenta la sua fama senza averla dovuta smentire. Un'altra re­gola fu che non poteva operare più di tre interventi al gior­no; di domenica il doppio per onorare il Signore.

Nino aveva tutto capito e assecondava il gioco paterno orientando la gente a chiedere conforto ai loro guai, più che miracoli. Ubbidiva così alla sua indole, buona, e al suo scrupolo di limitare i rischi all'improvvisato sciamano della cui fama era egli stesso responsabile.

Con grande meraviglia di Don Santo, molti suoi consigli si rivelarono prodigiosi. Evidentemente quegli intrugli era­no i più efficaci placebo mai inventati, forse perché erano accompagnati da raccomandazioni suggerite dalla sapienza ac­cumulata nell'esilio africano. La sue previsioni del futuro ri­sultarono per lo più veritiere; anche perché, esposte con linguaggio sibillino, si prestavano alle più svariate conferme. Don Santo insomma si rese conto di quanto sia facile il me­stiere del mago. Giorno dopo giorno il suo divertimento cre­sceva; e Nino ne era partecipe.

Una volta un contadino gli portò un asino, affetto da stitichezza e inappetenza. Don Santo si domandò se gli con­venisse dichiararsi incompetente come cerusico delle be­stie, dando così inizio alla desiderata riduzione delle sue virtù magiche. Le sue miscele infatti non potevano avere sull'asino l'effetto psicologico che producevano sui cristiani, mancando, all'animale, quella consapevolezza che agisce sorpren­dentemente sull'inconscio. Nino, sornione, stava a guardare e indovinava - sciamano anche lui a suo modo - i ragionamenti che si sgranavano nel cervello del genitore. Quando capì che questi accettava la sfida, si offrì come apprendista. Pestò nel mortaio di marmo le mandorle sgusciate; ne raccolse la poltiglia in un fazzoletto di lino e la strizzò in un catino d'acqua. Approfittando della distrazione altrui bevve qualche sorso di quel liquido lattiginoso e rinfrescante che gli piaceva tanto. L'asino guardava la scena con gli occhi vela­ti di malinconia e insensibile ai pugni che il padrone gli sferrava nel gonfio ventre con la speranza di ricavarne almeno qualche scoreggia. Don Santo preparava nel frattempo un in­fuso di menta e malva e biascicava formule del tutto inventate. Poi versò la tisana nel latte di mandorla e offrì il be­veraggio alla bestia, sperando segretamente nel suo rifiuto. E invece la bestia succhiò la pozione e ingordamente leccò il catino che la aveva contenuta.

Il villano disse: "Posso andare tranquillo? Guardate che per me 'u sceccu è tutto. Il resto passa in seconda linea". Pareva una minaccia. Don Santo e Nino si guardarono e un lampo di inconfessata complicità passò tra loro.

"Tranquillo andate, compare - assicurò il padre con voce poco incoraggiante - cacciate pure". E quello cacciò, nel sen­so siciliano di spronare la bestia a muoversi.

Nino e Don Santo continuarono a guardarsi, muti come sul punto di confessarsi l'un l'altro. Poi, all'improvviso, udirono il contadino gridare: "Miracolo!". Si affacciarono sul campo antistante la casa e quello che videro li lasciò di sale. L'asino con la coda eretta stava defecando. Scivolavano dall'ano pallottole di paglia compressa, miste a un liquido che aveva il colore delle mandorle pestate.

"Minchia! - esclamò suo malgrado Don Santo. - Ma che ha, il budello di papera?!!". E convinzione infatti, almeno da noi, che le papere mangino e subito evacuino senza digerire.

Sull'erba si formò una chiazza fumante e come accade puntualmente in queste occasioni, un piccolo nugolo di lu­centi mosche verdi comparve per incantesimo dal nulla.

Il villano si precipitò verso Don Santo e gli baciò le mani, bagnandole con lacrime di gratitudine e di gioia.

"Cacata tutta benedetta! - gridava. - Compare, voi siete santo di nome e di fatto!".

La frase si diffuse per il paese e Don Santo ne ebbe turbamento come se avesse violato temerariamente un tabù. De­cise perciò di darsi ammalato. Si trasferì in un luogo segre­to e diede incarico a Nino, col quale andava rafforzandosi la silenziosa complicità, di tenere lontani i visitatori.

Nino, ormai giovanotto, sulle prime tenne fede alla pro­messa fatta al padre di evitargli noie. Poi, vuoi per pietà ver­so i bisognosi di salute o di speranza, vuoi per gusto del gio­co che egli considerava il sale della vita, la vita stessa anzi, assunse, senza averlo studiato sui libri, il ruolo che Tanaquilla ebbe nella leggenda. Era costei una principessa etrusca an­data sposa a Tarquinio Prisco. Quando il re fu assassinato dai sicari dei figli di Anco Marzio pretendenti al trono, Tanaquilla ne nascose il cadavere in un recesso della reggia. A tut­ti quelli che chiedevano udienza diceva di trasmettere i loro quesiti al re ammalato per averne le relative decisioni o ri­sposte. Fingeva quindi di consultare il marito e tornava con sentenze che, sempre secondo la leggenda, mai furono, prima e poi, così giuste e illuminate, a Roma e nel mondo. La donna infatti interpretava il pensiero di un re ideale, fuori dalla realtà e dalla storia.

Così Nino si fece messaggero di uno sciamano inesistente. Per prudenza, limitò i consulti a uno solo al giorno, adducendo come scusa il grave stato di infermità del padre. A questo proposito gli scettici commentarono ironicamente: "Lui pretende di guarire gli altri e non è capace di guarire se stesso". "E allora Cristo? - obiettò un seguace di Don Santo. - Poteva benissimo salvarsi dalla Croce; ma non lo fece per resuscitare dopo, il che è miracolo maggiore!". Discorsi che fecero inorridire Padre Parroco perché blasfemi e sacrileghi.

Nino si destreggiò benissimo nel suo ruolo di interprete. L'antico allievo delle scuole differenziali era così geniale che, insieme con quei criteri di prudenza e di saggezza messi in at­to dal padre, fu capace di offrire ai disperati estro e fantasia.

Una volta però temette di aver passato il segno. Un pa­store gli portò una capra che non dava latte sebbene si fos­se sgravata da poco. L'uomo era disperato, non per i capretti destinati al forno, ma per il danno derivante dalla mancata vendita del latte, per lui pane. Di fronte al solo interessa­mento materiale che aveva già criticato in mente sua nel pa­drone dell'asino stitico, Nino escogitò una beffa per la verità eccessiva.

Dopo la rituale finta della consultazione, convocò capra e pastore.

"Avete moglie?" si informò. "Perché?..." domandò quello un po' inquieto.

"Se avete moglie - continuò Nino - la dovete cacciare dal letto...".

"Perché?! - fece il pastore sempre più impressionato - che cosa ha fatto?".

"Niente. Ma se volete che alla capra torni il latte, la do­vete far dormire con voi per una settimana".

Il poveraccio pareva terrorizzato e Nino stentava a trat­tenere le risa. Ne profittò per dare alla strozzatura della vo­ce il timbro dell'indignazione.

"Che pensate, porco! ? - gridò. - Ci dovete solo dormire!".

Il pastore gli rispose balbettando con un filo di voce:

"Siete sicuro che vostro padre Don Santo vuole così?".

"Se non ci credete, - ammonì il giovane questa volta im­pietoso e crudele - se non ci credete, continuate a giacervi con vostra moglie e rassegnatevi a morire di fame!".

Il pastore non era del tutto cretino, era solo un po' sem­plice; ma la fama acquistata da Don Santo con l'impresa dell'asino e altre ancora, gli incutevano rispetto e obbedienza.

"Sia fatta la volontà di Don Santo!" sospirò rassegnato.

La prima notte la capra si rifiutò di mettersi a letto col pa­drone, che fu costretto a legarla pur di eseguire la bizzarra prescrizione del santone. Ma già alla terza notte la bestia mostrò di gradire, sotto le coperte, quel tepore sconosciuto. Nino cercava in tutti i modi di avere notizie del decorso della malattia; temeva davvero di aver esagerato e di essere incorso nell'illecito. La moglie del pastore furibonda voleva denun­ciare il marito per averla costretta ad abbandonare il letto co­niugale e prometteva di trascinare in giudizio Nino e suo pa­dre Santo per correità.

Ancora una volta la beffa diede un risultato che Nino in coscienza credette immeritato, perché premiava ciò che andava punito. Ma, si sa, il mondo è fatto di ingiustizie anche a fin di bene. In capo a una settimana le mammelle della capra si gonfiarono, forse, si spiegò Nino, perché il calore del letto la aveva guarita da una bronchite. Al prodigio non osa­va credere, sembrandogli di bestemmiare.

Il pastore riunì gente alla cerimonia della mungitura; era raggiante e con lui sua moglie. Voleva destinare la prima tazza di latte a Don Santo perché ne guarisse anche lui. Ma bastò ricordargli la regola che un miracolo ricompensato in de­naro o in natura perdeva l'effetto, perché l'uomo desistesse precipitosamente dal suo generoso proposito.

Nino decise a questo punto di mettere fine all'avventura, essendosi, tra l'altro, il padre ammalato veramente. Annuncio perciò che l'ulteriore aggravarsi delle sue condizioni gli aveva tolto quella forza spirituale in grado di comunicare con l'aldilà per averne i favori. Molti se ne dolsero, non per il terribile male che pareva aver aggredito Don Santo a dispetto dei suo: poteri sovrannaturali, ma perché si chiudeva la porta alla speranza di vantaggi materiali e morali. Gli scettici, in questi ca­si sempre più numerosi, ne gioirono come di una rivalsa che rivalutava la loro intelligenza e la loro cultura mortificate dal­le credenze popolari. Padre Parroco, fedele alla vocazione del­la Chiesa di credere sempre meno ai miracoli, celebrò un Te Deum di ringraziamento, riparatore di tanti sacrilegi.

Ma in una valle sperduta viveva, come non è eccezionale in Sicilia, un eremita, anima timorata di Dio e della Ma­donna legato a una incrollabile infatuazione religiosa. A lui erano giunte in ritardo notizie dei prodigi operati da Don Santo ma non ancora della loro cessazione. Si mise un gior­no in cammino nell'amplissimo letto di una fiumara secca e dopo un lungo viaggio si presentò a Nino.

"Ho sentito dire - esordì il vecchio con la voce incerta di chi è abituato per solitudine a tacere - che vostro padre è santo di nome e di fatto...".

"Non esercita più!" tentò di interromperlo stupidamente Nino.

L'altro proseguì senza badargli: "Ho sentito dire che vo­stro padre è uno ammanigliato in Paradiso".

Il giovane si stupì di quella espressione che gli sembrò fuo­ri posto su labbra antiche.

"Che dispone, cioè, di amicizie in alto loco".

"Beh?!" fece Nino sempre più perplesso nel sentirlo parlare così.

"Vorrei che mi raccomandasse perché io sia fatto santo prima di morire".

Nino lo guardò come si guarda un pazzo; ma gli occhi del­l'eremita esprimevano la buona fede di quella richiesta tanto erano puri e innocenti.

Per la prima volta la fervida fantasia del giovane veniva messa in difficoltà da una follia superiore alla sua.

"È difficile - balbettò. - E poi, non credete, voi, uomo di Dio, che la vostra sia superbia?".

"Se lo è - gli rispose - Lui mi perdonerà perché è mise­ricordioso prima che giusto".

"Non credete che la vostra richiesta possa essere considerata empia?".

"Sono certo che no - insistette il vecchio - non ho mai cavalcato femmina né commesso atti impuri solitari; amerei i miei nemici se ne avessi; porgerei l'altra guancia se qualcu­no mi desse uno schiaffo; non conosco invidia; mangio come un passero, scanso gli insetti per non calpestarli, e quella che voi chiamate superbia è umiltà".

Dal suo vaneggiamento Nino si rendeva tuttavia conto che l'eremita si era nutrito di buone letture per sopperire all'i­solamento, ma le aveva digerite male per mancanza di applicazione...

"Non vado a messa perché la chiesa è lontana, però me la recito da me. In latino - precisò - e so cantare il Gloria. Lo volete sentire?".

"No" lo supplicò Nino, incerto se cedere alla suggestione di quel disarmante candore o se rimandare il vecchio, in malo modo, al suo eremo.

"Va bene - sospirò dopo un lungo silenzio mentre l'altro implorava una risposta con gli occhi - tentiamo. Però dovete uscire le carte..." gli venne di proporre senza riflettere.

"Come sarebbe a dire?".

"Le carte, a testimonianza delle vostre virtù. La vostra affermazione non basta".

"Nemmeno se la confermo sotto giuramento?".

"Insomma! - sbottò Nino - che ve ne fate della santità su questa terra ? Vi prenderanno in giro vedendovi passeggiare con l'aureola in testa".

"Se è per questo vi rinunzio. Ditelo a vostro padre: santità senza aureola, come la sua".

Ormai anche Nino scivolava per la china della follia.

"Così nessuno vi riconoscerà! - gridò. - Tanto vale che restiate santo dentro, come forse lo siete già".

"Un santo senza brevetto - disse il vecchio sottovoce non ha autorità. Voglio fare miracoli, restituire la speranza nella resurrezione, andare dal Papa e dirgli di dare tutto ai poveri e di ridistribuire tra i popoli le ricchezze della terra".

"Molti l'hanno tentato".

"E non ci sono riusciti perché sono stati fatti santi troppo tardi".

"O perché non lo erano - mormorò Nino in modo che l'altro non sentisse. Poi ad alta voce disse: Tornate tra sei mesi con le carte e poi vedremo".

Umilmente l'eremita obiettò: "Quei pochi che potrebbe­ro testimoniare, non sanno scrivere".

"Insegnategli voi!" esclamò Nino e si allontanò di corsa per sfuggire alla tentazione di mettersi in ginocchio davanti a lui.

Quando, puntualmente sei mesi dopo, l'eremita tornò, ina­spettato, con le testimonianze scritte da mani rozze e menti ingenue, Nino non ebbe il coraggio di dirgli che nel frat­tempo suo padre Santo era morto e che quindi la questione era definitivamente chiusa.

"Dategli tempo - inventò - per scrivere il diploma. Ve lo porterò io stesso, come è giusto che si debba a un santo vi­vente". E chiese notizie su come raggiungere l'eremo.

Nino era ormai deciso ad andare fino in fondo. Su una pergamena vergò con un pennino antico intinto nell'inchiostro di china un attestato di santità. Lo incorniciò con fregi colorati e ghirigori; e al posto della firma disegnò una colomba lucente.

Risalì la grande fiumara bianca nel cui letto una riga verde tradiva la presenza invisibile di un rivolo sotterraneo; dopo ore di cammino giunse alla capanna.

Chiamò. Nessuno rispose.

Entrò. Il vecchio, steso sorridente sul suo giaciglio, continuò a non rispondere.