| Di
forma triangolare nell'antichità veniva
chiamata Trinacria per i suoi
tre promontori e simboleggiata da un testa di
Gorgone che si regge su tre gambe disposte a
raggiera (triquetra).

Suggestive
testimonianze della sua preistoria sono state
rinvenute nelle incisioni parietali e nei
ritrovamenti del periodo paleolitico nelle
grotte di S.Teodoro, di Levanzo o dell'Addaura,
quest'ultime decorate con graffiti
notevolissimi.
Secondo
Tucidide (lo storico Ateniese esiliato in
Sicilia autore di una Storia della Sicilia che
si ferma al 435 a.C.) i primi abitatori
dell'isola nell'anno 1000 a.C. furono gli
Elimi, i Sicani e i Siculi che gli diedero
anche il nome; ma già da oltre un millennio
la Sicilia era abitata da popolazioni che
risentivano degli influssi delle civiltà
fenicia e cretese.
DOMINAZIONE
GRECA
Poco
dopo la metà dell'ottavo secolo a.C. giunsero
in Sicilia i Greci (Ioni e Dori) che nel giro
di pochi decenni ne costellarono le coste di
numerose colonie: Siracusa, Agrigento, Nasso,
Zancle, Selinunte, Gela, Megara, Catania,
ecc..
Conseguenza
della colonizzazione fu la civilizzazione
degli Indigeni. Le grandi risorse naturali
dell'isola permisero un rapido sviluppo
economico e culturale delle città siceliote,
dalle quali la civiltà ellenica si irradiò
verso l'interno.
Questo
fu il periodo più' fiorente per la Sicilia,
che divenne sinonimo di benessere e ricchezza,
tanto che Siracusa, la regina delle città
come la chiama Pindaro, divenuta ricchissima,
vinse la stessa Atene.
Dal
punto di vista politico-sociale le colonie
furono caratterizzate da una instabilità
anche maggiore della madrepatria, con la
complicazione di conflitti con le popolazioni
indigene e con i Cartaginesi.
Si
affermò la tirannide e proprio sotto due
tiranni, Gelone e Gerone di Siracusa che la
Sicilia visse il suo momento di maggiore
splendore nell'età classica. In seguito pero'
le continue rivalità tra le poleis
determinarono l'intervento di Atene negli
affari della Sicilia.
Ma
come la posizione geografica dell'isola tra il
bacino orientale e il bacino occidentale del
Mediterraneo, aveva chiamato i Greci contro le
colonie fenicie, così la sua posizione
intermedia fra l'Italia e Cartagine doveva
chiamare i Romani all'intervento nell'isola.
Le
tre guerre puniche combattute dal 264 a.C. al
146 a.C. tra Cartagine e Roma per il
predominio del Mediterraneo occidentale,
toccato infine a quest'ultima segnò il
passaggio della Sicilia ai Romani.
DOMINAZIONE
ROMANA
Sebbene
i Romani legassero la loro origine alla
Sicilia (in quanto, secondo Virgilio, il
troiano Enea, prima di giungere sulle coste
del Lazio qui sarebbe approdato, e qui avrebbe
sacrificato agli dei), l'isola subì, sotto il
comando di pretori come Verre, un periodo di
sfruttamento e di rivolte di schiavi.
Nemmeno
edifici sacri quali il tempio di Demetra ad
Enna o il tempio di Venere sul promontorio di
Erice sfuggirono al saccheggio. Benché
danneggiata dalle due guerre servili la
Sicilia fu assai prospera sia durante l'età
repubblicana, quando fu importantissima come granaio
di Roma, sia durante l'impero quando
godette della cittadinanza latina accordatale
da Cesare.
Fu
proprio nella tarda età imperiale che vennero
eretti i teatri romani di Catania, e Taormina
e le ville lussuose che si trovano a Piazza
Armerina, Montagnareale, S.Biagio.
I
romani lasciarono il ricordo della loro
dominazione nelle strade (Tabula Pentigeriana),
che create inizialmente per scopi militari,
per spostare rapidamente le legioni, vennero
usate anche per il commercio e i viaggi. Lungo
le strade, a circa 20km. l'uno dall'altro, vi
erano alberghi per ristorarsi, passare la
notte, ripararsi dalle intemperie, riparare
gli animali. Vengono ricordati anche per le
coltivazioni: piantarono in grande abbondanza
ulivi, fichi, viti che davano un vino
eccellente.
All'epoca
delle invasioni barbariche la Sicilia fu
investita dai Vandali (468 d.C.), e quindi
occupata dai Goti (Teodorico 491 d.C.) cui la
tolsero i Bizantini di Giustiniano che durante
le guerre gotiche in Italia fecero dell'isola
la loro base principale.
Il
predominio bizantino durò ininterrottamente
per tre secoli e mezzo (meta' VI secolo IX
sec.) e non fu favorevole all'isola,
sottoposta ad una dura dittatura militare e a
un intenso sfruttamento delle risorse.
DOMINAZIONE
ARABA
Meta
di continue scorrerie saracene l'isola fu
conquistata dagli Arabi a partire dall'827 ad
opera della dinastia degli Aghlabiti d'Africa.
Retta da un emiro con capitale Palermo, gli
Arabi fecero della Sicilia il loro epicentro
commerciale nel Mediterraneo.
La
conquista araba anche se cruenta, ebbe per
l'isola degli aspetti positivi. Sotto di essa
la Sicilia conobbe grande fortuna.
Gli
Arabi incrementarono notevolmente
l'agricoltura arricchendola di nuovi metodi e
di nuove forme. Oggi siamo abituati a guardare
alla Sicilia come alla terra delle arance e
dei limoni, ma furono gli Arabi i primi a
introdurre queste colture e con essi frutti
squisiti come la pesca, l'albicocca, ortaggi
delicati come gli asparagi ed i carciofi;
altre coltivazioni ancora come il cotone, il
carrubo, il riso, il pistacchio, le melanzane.
Persino il leggiadro e odorosissimo gelsomino
da cui ancora oggi si ricava l'essenza per i
profumi, e le spezie come lo zafferano, il
garofano, la cannella, lo zenzero, sono stati
importati dagli Arabi. Insegnarono a produrre
le paste alimentari, il sorbetto, i dolci, il
pane con la "ciciulena"
sopra ed il "tirruni" fatto
di mandorle e zucchero.
Le
loro maestranze portarono una nuova tecnica
nella costruzione delle case, svilupparono
l'irrigazione introducendo un nuovo metodo per
sollevare l'acqua dai pozzi e irrigare cosi i
campi "a sena" (parola
araba), costruirono numerosi mulini adibiti
alla macinazione del grano.
I
Siciliani però subirono la dominazione araba
ma non l'accettarono, ne' vi si rassegnarono
mai come lo provano le cinque successive
insurrezioni (849, 912, 936, 989, 1038) che
fecero traballare la potenza musulmana. Nel
sentimento e nel linguaggio popolare gli Arabi
detti "Saraceni", dal nome
di una loro tribù, sono rimasti come nemici,
ne è prova che la lotta vittoriosa contro i
Saraceni è ancora il tema preferito nelle
popolarissime pitture che ornano i carretti
siciliani.
I
NORMANNI
Verso
la meta' dell'XI secolo alla fine di un
periodo di lotte tra signori arabi, uno di
questi chiese l'intervento dei Normanni, già'
insediati nell'Italia meridionale. Inizio'
cosi' la dominazione normanna (1060-1195).
Va
precisato che i Normanni (North-man uomo del
nord) erano venuti a gruppi. Fra questi si era
distinto per il numero e per l'abilita' di chi
lo conduceva, il gruppo guidato dalla famiglia
degli Altavilla: di questa famiglia facevano
parte due fratelli: Roberto il Guiscardo e
Ruggero.
Roberto
il Guiscardo, opero' nell'Italia meridionale e
formo' il ducato di Puglia e di Calabria.
Ruggero conquistata tutta la Sicilia costituì'
la "Contea di Sicilia" con
l'appoggio dei papi, che attribuirono ai prìncipi
normanni il titolo di legati apostolici.
Alla
morte di Ruggero nel 1130, gli succedette il
figlio Ruggero II che uni' la Sicilia ai
possessi normanni dell'Italia meridionale (poiché'
si era estinta la dinastia di Roberto il
Guiscardo), ottenendo il titolo di Re di
Sicilia e di Puglia.
Ruggero
II riorganizzo' amministrativamente l'isola
dandole un saldo potere centrale e facendone
il fulcro della potenza mediterranea della
stirpe normanna. Fondo' un regno assai
prospero riuscendo con una saggia tolleranza
religiosa a conciliare l'elemento arabo con
quello cristiano.
Da
allora il regno normanno di Sicilia ebbe parte
di primo piano sia nei conflitti tra il papato
e l'Impero, appoggiando la causa guelfa, sia
nelle vicende mediterranee e nella lotta
contro i Turchi. A Ruggero II successe la
figlia Costanza, andata in sposa nel 1186 a
Enrico VI figlio di Federico Barbarossa.
Nel
1190 Enrico VI si trovo', alla morte del
padre, imperatore del Sacro Impero Germanico
(Regno di Germania e Regno d'Italia) e Re di
Sicilia. Con lui ebbe inizio il periodo svevo,
durante il quale la Sicilia fu al centro delle
trame politiche e diplomatiche dell'Europa.
Egli
aveva ereditato i grandi progetti del padre,
ma non ebbe tempo di avviarne l'esecuzione
perché dopo pochi anni di regno mori' a
Messina. Assunse la reggenza dell'Impero la
Regina Costanza, ma poco dopo mori' anche lei,
dopo aver affidato la reggenza del Regno e la
protezione del figlio al papa Innocenzo III.
Sotto
Federico II°(1197-1250), formatosi
culturalmente in Sicilia, l'isola raggiunse il
punto forse proprio più alto della propria
potenza, diventando per certi versi un modello
di Stato assoluto ben organizzato e
centralizzato quanto al sistema di governo, ma
altamente tollerante in fatto di rapporti
etnici e religiosi, ciò rese possibile la
pacifica convivenza dei gruppi latini,
normanni, tedeschi, arabi e greci che nel
corso dei secoli si erano insidiati
nell'isola.
Spirito
tollerante e colto Federico II fece della sua
corte di Palermo un ritrovo di scienziati
europei ed arabi.
In
questo periodo in Sicilia si parlavano tre
lingue, portatrici delle tre civiltà che
l'avevano dominata: Greca, Araba, Latina,
tanto che Palermo e' detta "Urbs
felix, populi dotata trilingui" (Pietro
da Eboli); oltre queste lingue si vide
spuntare il primo germe del "volgare
eloquio" e la città' divenne la
culla della lingua italiana.
ANGIOINI
Il
periodo di torbidi succeduto alla morte di
Federico, che vide tra l'altro il tentativo di
Manfredi, figlio naturale di Federico, di
conservare il regno agli Svevi, fu chiuso
dall'intervento di Carlo I d'Angiò (1266-85),
fratello del Re di Francia, re di Sicilia per
investitura papale.
Padrone
assoluto di Napoli e della Sicilia comincio' a
governare dispoticamente, mentre decadeva
Palermo, già splendida capitale normanna e
sveva, decadeva l'intera Sicilia abbandonata
all'anarchismo agrario dei baroni, i quali
gettavano le basi di uno statu quo
che si sarebbe poi rispecchiato nel regno
borbonico e nel quale può forse vedersi
l'inizio di quella che dopo il 1861 e' stata
chiamata "questione
meridionale".
Il
periodo angioino fu di breve durata: le
malversazioni francesi, il trasferimento della
capitale a Napoli, le prepotenze dei feudatari
provocarono la guerra dei Vespri o i
"Vespri siciliani" (1282) conclusa
con l'intervento di Pietro d'Aragona, il quale
aveva sposato una figlia di Manfredi, Costanza
e avanzava pertanto alcuni diritti sul Regno
di Sicilia. La guerra duro' vent'anni e
termino' con la pace di Caltabellotta nel
1302, la Sicilia venne cosi' affidata agli
Aragonesi e nel 1412 l'isola perse
definitivamente la propria indipendenza
diventando di fatto possedimento spagnolo,
governato da un viceré.
DOMINAZIONE
SPAGNOLA
L'epoca
spagnola si protrasse per circa due secoli e
mezzo fino alla pace di Utrecht nel 1713;
nell'insieme non fu favorevole alla Sicilia
sacrificata al rigido assolutismo di sovrani
lontani, allo sfruttamento e all'insipienza
del baronato locale, coinvolta direttamente
dalla grande depressione economica del XVIII
secolo e percorsa a più' riprese da rivolte
popolari, come quella di Palermo 1649 e di
Messina 1647.
Nel
1713 a conclusione del periodo di guerre
europee suggellato dalla pace di Utrecht, la
Sicilia fu assegnata come regno nuovamente
indipendente a Vittorio Amedeo II di Savoia,
ma già cinque anni dopo con il trattato di
Cockpit (Londra) l'isola cambiava di mano a
vantaggio degli Asburgo d'Austria. Si apri' un
altra breve fase, contrassegnata dal pesante
fiscalismo austriaco e dai contrasti con il
personale spagnolo e chiuso con la guerra di
successione polacca, quando Carlo di
Borbone-Parma, figlio di Filippo V di Spagna,
riporto' la Sicilia sotto il dominio spagnolo
(1738).
BORBONI
La
dominazione borbonica fu triste per l'isola
(eccetto il regno di Carlo V il riformatore),
per l'inettitudine e la perversità del re che
nulla aveva capito della vasta importanza che
essa aveva assunto nella storia.
Suo
figlio, Ferdinando IV, cinse la corona dei due
regni autonomi di Napoli e di Sicilia e
inizio' da allora la soggezione, mai
pacificamente accettata della Sicilia a
Napoli, che segno' tutta l'epoca borbonica,
fino al 1860. Una reale autonomia,
corrispondente alle grandi tradizioni del
regno di Sicilia, l'isola la conobbe in epoca
napoleonica, quando la dinastia borbonica,
cacciata da Napoli, si rifugio' a Palermo
sotto la protezione dell'Inghilterra, che
riusci' anche a imporre a Ferdinando la
concessione di una costituzione (1812). Alla
restaurazione Ferdinando abolì ogni forma di
autonomia dell'isola. Il regime poliziesco, il
disprezzo verso la cultura (irrideva i
letterati come "pennaioli") avevano
diffuso un grave malcontento. Ciò insieme ad
altri fattori politici, sociali ed economici,
fu all'origine delle insurrezioni del 1848
quando fu la Sicilia, nel gennaio, ad aprire
il grande ciclo rivoluzionario che infiammo'
l'Europa.
Nel
maggio 1859, morto Ferdinando, gli era
succeduto il figlio Francesco II (Francischiello),
di scarsa energia e di intelligenza limitata.
Il nuovo Re aveva respinto la proposta di
un'alleanza col Piemonte ne' aveva voluto
concedere riforme liberali.
In
Sicilia, inoltre, superata ormai ogni tendenza
autonomista, si mirava a fare dell'isola una
provincia del Regno d'Italia. Tra i siciliani
che più' si adoperarono per fare insorgere la
loro terra furono Francesco Crispi, e Rosolino
Pilo. Garibaldi, invitato a venire in aiuto
della Sicilia con una spedizione di volontari,
si dichiaro' pronto ad intervenire se
nell'isola fosse scoppiata la rivoluzione.
Il
4 aprile 1860 la rivolta scoppio' a Palermo,
presso il monastero della Gancia, dove gli
insorti furono sopraffatti, ma nelle campagne
perdurava la guerriglia guidata da Rosolino
Pilo, il quale aveva confermato il prossimo
intervento di Garibaldi.
All'alba
del 5 maggio 1860 due vapori salparono dallo
scoglio di Quarto (Genova), con poco più di
1000 uomini, indossanti la ormai famosa
camicia rossa. Essi andavano alla conquista di
un regno difeso da 120.000 uomini, da una
flotta di 120 navi, da potenti fortezze ed
artiglierie.
Garibaldi
e Nino Bixio comandavano le due navi. L'11
maggio i due piroscafi giunsero a Marsala, da
qui' rapidamente Garibaldi si diresse verso
Salemi, dove lancio' un proclama ai siciliani,
assumendo la dittatura dell'isola in nome di
Vittorio Emanuele II (14 maggio). Egli puntava
su Palermo, ma un esercito borbonico accampato
sulle alture di Calatafimi gli sbarro' la via.
Per
l'eccellente posizione strategica del nemico,
superiore anche per numero ed armi, la
battaglia fu lunga ed aspra. La vetta del
colle fu conquistata mentre i Borboni si
ritiravano su Palermo.
La
battaglia per la conquista di Palermo duro'
ben quattro giorni. Il 30 maggio i soldati
borbonici, asserragliati in citta' chiesero
l'armistizio; il 6 giugno sgomberarono
Palermo. Garibaldi formo' un governo
provvisorio con a capo Francesco Crispi mentre
la rivolta si era estesa a tutta l'isola.
Intanto le truppe borboniche si concentravano
a Milazzo, per sbarrare la via dello Stretto
di Messina. Nuove schiere di volontari
accorrevano dal Continente e dalle provincie.
Il 20 luglio Garibaldi vinceva a Milazzo.
I
modi in cui avvenne l'assimilazione della
Sicilia al Piemonte, entrando a far parte del
Regno d'Italia, dopo la spedizione garibaldina
dei Mille, frustarono nuovamente le attese
autonomistiche dell'isola, la cui economia a
base feudale e latifondista non fu in grado di
risollevarsi in conseguenza dell'unificazione,
venendo anzi a costituire una componente
sostanziale della cosiddetta "questione
meridionale" (di cui il brigantaggio
dei primi anni dell'Unita' fu un tragico
preavviso).
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