…Spadroneggiava allora a capo di una banda di quattro birbanti ladri ed assassini un grande brigante,il furcese Foti,discendente di quel Foti Giuseppe che nel 1655 aveva portato a spavento tutta la città di Messina. Uno snaturato,che aveva approfittato di una bambina.  Uno spietato,che aveva torturato e ucciso fra le sparpagliate case sulle colline e i numerosi ricoveri lungo la marina diversi terrazzani e  sciabbacoti .

     Una vera belva,che minacciava fra l’altro la sicurezza dei viaggi e del commercio diffondendo il terrore proprio quando,lungo la costa,le colture incominciavano ad elargire i loro frutti e l’industria del baco da seta rendeva assai bene e parecchi palazzi abbellivano già il ridente e selvaggio litorale tamariciano.

 

      Don Carmine Caminiti,spirito insieme pratico e fanatico,sognatore ed esibizionista,venuto a conoscenza tramite una soffiata che il criminale Foti aveva per amante la figlia di un cufiniddaru, una giovinetta dalle prosperose mammelle che di tanto in tanto andava a trovare,decise di catturarlo e, se fosse stato il caso,ucciderlo addossandosi il peso della sua morte.

   L’amica del bandito,Marianna la bagascia, dalle mani “delicate”,abituata da bambina ad intrecciare virghi  di  ghiuppi e di castagno e rami di ulivo con canne tagliate a striscie per fare canestri,còfini e cufineddi,era solita incontrarsi col Foti in una capanna della ciumaredda di Porto salvo. E lì l’Aragonese,cavaliere senza macchia e senza paura,tese la trappola allo sciagurato brigante.

 

     Si racconta che l’arresto avvenne in una mattina calda d’autunno mentre soffiavano strane raffiche di vento e l’Etna sputava fuoco e lapilli incandescenti.

   Era il 1° ottobre del 1735: Mascali, Linguaglossa e Bronte bruciavano attraversati da torrenti di lava. Sulla costa ionica,sino al capo d’Alì,cadevano ceneri vulcaniche e polveri rossastre simili a pioggia di sangue.

    Don Carmine,appostato sin dall’Ave Maria nei pressi del palazzotto Ilardi-Montaperto,se ne stava in attesa dell’arrivo del brigante,fra fitte vegetazioni di brughi e canni , lungo il viottolo fangoso della fiumara che tagliava il casale di Porto Salvo da quello di Baracca.

 

     Località,quest’ultima,così intesa a cagione di una baracca di legno che serviva agli impiegati daziari per riscuotere il pedaggio a sud tra Bucalo e l’Agrò.

    Prima dell’alba,mentre la luna nuotava silenziosa in mezzo a luminose nuvole bianche e nessuna ombra si muoveva e neppure un uccello volava per il cielo,nel momento in cui l’Aragonese Capitano pensava che era stata inutile quell’attesa,comparve il feroce Foti dalla lunga barba.

    Era di taglia gigantesca,vestito con quasuni di fustagno grigio,scortato da due picciotti con le facce bruciate dal sole e armati fino ai denti.

  

     Era un innamorato che andava ad interrogare la sua sorte alla capanna della sua amurusa.

    Nello stesso istante in cui il Foti picchiava alla porta della sua amanti  amata , l’Aragonese,facendo leva sulla sorpresa,uscì dal nascondiglio e avvicinatosi a passi corti e sicuri,freddo e compassato,sputando a terra con aristocratico distacco,intimò:

- in nome del re Borbonico,arrendetevi! Di rimando i tre malandrini, girandosi,con gesti violenti,accompagnati ritmicamente dal battito dei piedi,cercarono di maneggiare i coltelli e di spianare le pistole. Ma contemporaneamente due lucenti lame di affilati coltelli di Toledo,lanciati con perizia dal capitano giustiziere,squarciarono i ventri degli uomini di scorta del sanguinario capobanda.

 

      I due malcapitati,sbudellati da tremende ferite,stramazzarono tra sterpi erbosi con la faccia a terra. A pochi passi il terribile Foti dall’enorme mole,con la mano destra all’impugnatura del suo pugnale,era rimasto come pietrificato.

Carogna! Scellerato! – urlava come un lupo l’impavido temerario capitano, mentre la sua faccia prendeva una feroce espressione.

  - Gghiaccu  di  furca, mettulu  fora  stu  cuteddu.

- Difènniti, avanzu  di  galera.

 

     L’altro,come un  pipituni, con la faccia smorta lampanata, non disse una parola. Ebbe un attimo d’impulso,come se volesse con l’altra mano afferrare la pistola che teneva in una larga fascia di seta rossa stretta intorno alla giubba. Poi,con tanto di occhi spalancati e ingenui come quelli di un bambino,dopo aver guardato al suolo i suoi compagni,quasi esanimi,in una pozza di sangue,tirò fuori lentamente la spada, cuteddi  e pistola e li buttò ai piedi del capitano.

   Si udì allora un gracchiare stridulo di uccelli rapaci, come civette,gufi,allocchi e barbagianni.

 -Pigghiativilli – disse,mentre i primi raggi del sole illuminavano di dolcissimo azzurro l’incantevole cielo e l’immenso mare tamariciano . Siti u cchiù spertu… M’ arrennu… A pìula canta.

 

 Cadeva in quell’alba il giorno del Corpus Domini.

  Le campane della chiesa pastorale di Porto Salvo dei principi D’Alcontres suonarono in volo.

  Lo spregevole bandito venne consegnato ai giudici della Corte capitanale dell’ ”Università  di  Savoca ”,che esercitava la giurisdizione criminale sui borghi della marina.

    L’incubo continuo di paure e pericoli, con cui erano convissuti per anni gli abitanti della Val Dèmone,cessava.

    Due mesi dopo l’arresto del bandito venne celebrato in gran pompa il processo; e la Corte Stracoziale di Savoca condannò il Foti,proclamatosi innocente,in nome dù cori ì Gesù, all’ultimo “ supplicio” mediante impiccagione.

   Il brigante,cù cori quantu na nucidda, dopo aver espresso come suo ultimo desiderio di poter mangiare un suffrittu di favi e sasizza, strettamente legato e issato dal boia in aria,confessò prima di morire,a stomaco chinu,spaventevoli delitti e misfatti che mai uomo possa immaginare.

  Una tempesta infuriava quel giorno lungo il litorale tamariciano…

(tratto dal libro “ IL CAPITANO ARAGONESE

 di  TOTINO   CAMINITI.

 Edito da : Armando Siciliano Editore -1993.