STORIA
DI S. TERESA DI RIVA
S.
Teresa di Riva si estende sulla
costa ionica del Messinese e il suo territorio è compreso tra il
torrente Agrò a Sud (dove confina col Comune di S. Alessio Siculo)
e il torrente Savoca a Nord ( dove confina col Comune di Furci Siculo).Per l’intera
lunghezza (circa 4 Km.) si affaccia su un’ampia quanto splendida spiaggia,la
cui composizione è granulosa nelle diverse dimensioni,sabbiosa e,
parzialmente,ghiaiosa. Questa cittadina ,la piu' popolata della provincia di
Messina compresa tra il capoluogo e Taormina,in origine era una frazione del
Comune di Savoca,ed era intesa come "Marina di Savoca". Prima di
ottenere l’Autonomia da Savoca (1854) il territorio di S. Teresa era suddiviso
in tre grandi feudi:
1)- Feudo del Duca Avarna (delimitato
ad est dalla spiaggia del mare,ad ovest dalla strada che da Cantidate va a
Botte e Catalmo,a sud dal torrente Agrò e a nord dalla via Franca);
2)- Feudo del Conte Quintana ( delimitato ad est dalla spiaggia del mare,
a ovest con la contrada Ligoria, a sud con via Franca e a nord con la via Pozzo
Lazzaro ( nome derivante dal pozzo pubblico -demolito- da cui le persone del
posto attingevano l’acqua);
3)- Feudo Marchese Carrozza ( delimitato a est con la spiaggia del
mare,a ovest con la zona di Sparagonà,
a sud con la via Pozzo Lazzaro, e a nord con il torrente Savoca, corrispondente
all’originario quartiere di Bucalo).
Nel 1819 era stata imposta dagli amministratori di Savoca,una tassa
sulla proprietà che colpiva in modo spropositato gli abitanti della marina. I “
marinoti ”sobillati e capitanati da don Angelo Caminiti di Bucalo (abitava nel
fabbricato sito nella “ viottola di Sparagonà ” adiacente la torre del
Baglio),si coalizzarono allo scopo di organizzare tumulti per punire
l’arroganza dei Saucoti .Dopo anni di malcontenti e di imposizioni da
parte dei soverchiatori del monte,finalmente nel 1853 Ferdinando
II di Borbone firmò,a Gaeta, il tanto sospirato decreto,con effetto dal 1°
gennaio 1854, che sanciva la separazione tra il comune di Savoca e la sua marina,
compresa tra il torrente Agrò e il torrente Pagliara,che comprendeva Furci,
Bucalo e Portosalvo - Barracca. Il neo
Comune fu battezzato con il nome di Teresa in onore a Maria Teresa d’Austria
,seconda moglie di Ferdinando II. Nel 1861 fu aggiunto "Riva"
per le evidenti caratteristiche morfologiche della zona. Nel 1923 il villaggio
di Furci si separò e formò comune a sé. A detta degli storici nella zona sud
del paese,poco sopra il quartiere di
Baracca ( nome derivante da una baracca di legno,posta nelle
vicinanze dove oggi c’è la scuola Elementare, che serviva agli impiegati
addetti a riscuotere il pedaggio,tra chi transitava tra il rio PortoSalvo e il
torrente Agrò), a limite col torrente Agro’ compresa tra Bolina, Catalmo,
Scorsonello e Cantidati pare ci fosse edificata la stazione commerciale di
origine fenicia “ Phoinix ”.
In quest’area pare abbia trovato rifugio l’esercito di Sesto Pompeo in
attesa della battaglia con Ottaviano (36 a.C.). L’altra area di interesse
storico è situata a nord del paese ed è “ Bucalo o Bucolo ” a limite col torrente Savoca ,che
significa “ nutro buoi ” ,appunto per la ricchezza di pascoli che
c’era in tutta questa zona. Qualche storico locale azzarda l’ipotesi,che
Ulisse,l’eroe omerico,sia sbarcato presso questa zona, rivendicando la
prerogativa di aver nutrito i leggendari “ buoi del sole ”. Si
può intravedere un nesso
ideale d’indole religiosa
tra i coloni fenici di “ Phoinix
” e i loro ultimi discendenti , coloro cioè che popolarono S. Teresa di Riva.
La venerazione per la “ Mathr’u
Carminu ” di origine fenicia
(dove nacque il primo nucleo di Carmelitani),qui infatti,già nel 1500,era molto
diffusa,a tal punto che le è stata dedicata la Chiesa principale del paese
e che ne è la Patrona. A
testimonianza della posizione strategica che aveva la “ marina di Savoca
”, ancora oggi possiamo osservare
alcune delle antiche torri di guardia,che servivano per avvistare eventuali
incursioni piratesche. Esse erano cosi' dislocate,da Sud verso Nord: Torre
Catalmo,Torre Avarna (demolita),Torre Varata(demolita),Torre
del Baglio e Torre dei Saraceni,una nel Comune di Roccalumera,ancora
oggi esistente,conosciuta con vari nomi: Torre della Lumera o Torre di zì
Paola o Torre Ficara,o Torre della Pagliara o della Palma (in
quanto vicino,al torrente Pagliara e all’antico villaggio di Palma).
Queste torri ,sono le uniche testimonianze architettoniche del nostro
passato che sono rimaste (
purtroppo, non sono
mai state minimamente
n'è apprezzate , n’è valorizzate
da alcuno). Tranne questi
fortilizzi, la fascia litorale era,fino al sedicesimo secolo,un vero deserto
perché la gente aveva timore dei pirati che infestavano il mare e quindi ogni
sera i pescatori (che avevano come base un antico fabbricato nel quartiere
Casalotto) rientravano a Savoca, nel quartiere S. Rocco, che per questo motivo
viene ancora oggi ricordato come il quartiere dei marinai.
Il 30/03/1780 il Marchese di S.
Leonardo Giovanni Carrozza comperò i terreni (la piana di Bucalo) confiscati ai
gesuiti e li affittò ai diversi contadini di Savoca (abitanti di Bucalo e di
Sparagonà),per le colture di ortaggi (ancora oggi gli abitanti del quartiere
Bucalo vengono soprannominati “urtulani ”). Per cui,dopo
l’abolizione della feudalità e la nuova costituzione del 1812,nasceva fra la
popolazione della marina ( che già contava alcune centinaia di persone)
l’aspirazione a governarsi da sé,costituendo una comunità autonoma. La
costruzione della strada litorale Messina – Catania,verso il 1828 ,che sostituì
l’ormai insufficiente trazzera (la Consolare Valeria),fu sicuramente decisiva
allo sviluppo della marina.
L’abitato si ingrandiva lungo la strada statale,ma venivano già
distinguendosi per particolari caratteristiche; nella borgata di Furci era
sviluppata in forma più evidente la pesca ( forse perché qui si stabilirono i
pescatori provenienti dal quartiere di S. Rocco di Savoca ,oltre che da alcune
famiglie di pescatori di Bagnara
Calabra, tra i quali i Dato, i Foti, i Crupi,
i Maccarrone). Invece le borgate di PortoSalvo e specialmente di
Bucalo erano dedide alle attività agricole ( l’unica famiglia di pescatori
provenienti da Bagnara – i Maccarrone
– si stabilì nel quartiere Sacra Famiglia nella via dei Marinai,
e l’ultimo discendente,anch’egli pescatore,fu “ Minicheddu ”
personaggio caratteristico,ancora oggi ricordato da tutti con affetto). Ma
intorno alla prima metà dell’ 800 una nuova coltura,cioè quella dei limoni,fece
scemare a poco a poco la prevalenza della vite; nel 1870 il proprietario
terriero Fiorentino comprò parte della piana di Bucalo dal Marchese
Carrozza,(oggi il piccolo quartiere,a monte della chiesa Madonna del Carmelo,ne
ha ereditato il nome) ed iniziò ad incanalare e irrigare (per primo in tutta la
zona ) tale coltura prelevando l’acqua dal torrente Savoca.Inoltre fu il primo
a portare nella nostra zona,la macchina a vapore nel 1881,per muovere la noria
e sollevarvi l’acqua.
Al censimento del 1881 risultavano residenti a S. Teresa 1500 abitanti.
Tutta la zona fu piantata a limoni e per circa 60 - 70 anni questa coltura è
stato il vanto e la ricchezza di tutti i proprietari e dell’intera comunità.
Fra settembre e aprile,negli anni ’50,venivano spediti giornalmente per
ferrovia in media da 15 t. a 20 t. di limoni. Strettamente collegata al limone
fu la “ Citrica ” ( dall’aggettivo – citrico -acido che si
trova nel limone) industria sorta nel 1921,nella zona di Bucalo sulla via
Sparagonà, che lavorava gli agrumi, e si estraevano oli essenziali e
derivati minori,aveva una produzione
giornaliera di 12 q. di acido citrico.Tale industria non fu ben vista dai
commercianti di limoni,i quali videro in essa una grande concorrente , padrona
assoluta del mercato e, quindi la osteggiarono. L’industria, per vari motivi,
chiuse nel 1940,dava lavoro a 60 persone;( a ricordo rimane oggi la graziosa
villetta in stile liberty a suo tempo adibita come abitazione per gli
impiegati- vincolata dal P.R.G. come edificio di interesse storico -, ).
Nello stesso stabilimento anni dopo si insediò l’ Atelana piccola industria per la lavorazione della
pietra lavica,(unica in Italia)proveniente dalle falde dell’Etna,per la
produzione della lana di vetro,isolante termo-acustico usato a suo tempo
nell’edilizia,nelle carrozze ferroviarie,nelle navi,etc.Lo stabilimento,come
s’è detto trasforma la lava vulcanica,immessa in pezzi da 30x70 cm. dentro forni
a 1800 gradi,in lana minerale.Negli anni di maggiore produzione ha ricevuto
commesse dalla Tunisia,dall’America del Sud,dalla Liberia,oltrechè,dall’Italia
del nord.Tale industria,che dava lavoro a 35 operai,chiuse alla metà degli anni
’60 (la causa principale pare che sia stata la scarsa accessibilità allo
stabilimento,a causa della strozzatura del ponticello ferroviario…).
Nel 1944 un’altra piccola industria,si costruì (inizialmente sita in via
F. Crispi n°458, dal 1953 a Barracca),adiacente il Torrente d’Agrò,la “ C.A.E.T.
“ (Cementi Armati in Elementi Tubolari),per la costruzione di manufatti
di cemento, che dava lavoro, a circa 30 persone e vi si fabbricavano pali di
cemento per impianti elettrici e linee telefoniche,materiali edilizi,cunicoli e
tubazioni per uso irriguo.Dal giugno ’99, la suddetta fabbrica si è trasferita
nel Comune di Furci Siculo e nel sito di Barracca stanno edificando delle
palazzine residenziali. Quindi,fino agli anni ’70,solamente la coltura del
limone portò a tutta zona ionica ricchezza e prosperità. Oggi il commercio dei
limoni,per tanti e vari motivi, è in agonia e l’unica prospettiva di sviluppo
possibile resta il turismo,vista anche la vicinanza e l’influenza di Taormina (è
di recentissima costituzione il P.I.T. piano integrato territoriale,a
cui fanno parte tutti i comuni della costa ionica,il cui fine è quello di darsi
una omogeneità per lo sviluppo turistico e non solo). S.Teresa di Riva,
conferma la sua vocazione commerciale (di
origine fenicia?) come centro
ideale per lo shopping,con negozi di tutti i generi e con prodotti di alta
qualità,tale da essere un punto di riferimento di tutto il suo hinterland.